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III Guerra d'Indipendenza

"Il Comitato Provinciale della Croce Rossa Italiana di Pavia nella III guerra di indipendenza"

a cura di Filippo Lombardi, Alberto Galazzetti Sezione storica - Comitato Locale CRI di Pavia


La storia dell’intervento effettuato dalla Croce Rossa Italiana di Pavia nel corso della III Guerra di Indipendenza è stata ricostruita grazie al ritrovamento, nella Civica Biblioteca Bonetta, di alcune copie di una relazione pubblicata nel 1869 nell’ambito del rendiconto triennale.
Si tratta di un opuscolo di una trentina di pagine, intitolato non proprio brevemente “Sulla squadriglia sanitaria d’ambulanza spedita al campo nell’anno 1866 dal Comitato Pavese di Soccorso pei feriti e malati in guerra”, a firma del Dr. Giuseppe Cattaneo, segretario della stesso comitato nonché medico capo della squadriglia impiegata in zona di guerra.
In queste pagine si relaziona sul primo intervento sanitario effettuato dal futuro Comitato di Pavia della Croce Rossa Italiana: vediamo ora di inquadrarlo in un preciso contesto storico, quello della guerra del 1866.

Fig. 1 - La copertina della relazione redatta nel 1869 sull’attività della
“Squadriglia sanitaria” della CRI di Pavia.

 

Nella seconda metà del XIX secolo due nuove realtà si stavano affermando in Europa: il Regno d’Italia, proclamato nel 1861 dopo la II Guerra di Indipendenza e la fortunata impresa di Garibaldi, e lo stato unitario tedesco che si stava coagulando sotto l’egemonia del regno di Prussia.

Gli interessi di Prussia e Italia andavano a scontrarsi con la politica e l’economia di quella che sembrava una delle più solide monarchie europee, la Casa d’Asburgo e il suo Impero d’Austria e Ungheria.

L’affermazione dei nuovi stati richiedeva l’affrancamento dalle ingerenze asburgiche e il recupero dei territori italiani e tedeschi sottoposti all’occupazione militare e alla amministrazione austro-ungarica.

Come ovvia conseguenza Italia e Prussia concordarono una guerra su due fronti firmando l’8 aprile del 1866 un trattato che puntualizzava gli impegni reciproci.

Il 14 giugno dello stesso anno la Prussia mosse guerra all’Austria-Ungheria, seguita dal Regno d’Italia il 20 dello stesso mese.

Non ci dilunghiamo sulla sfortunata campagna militare condotta dal nuovo esercito italiano, frutto di una frettolosa riunione degli eserciti preunitari: alla sconfitta di Custoza, fece seguito la disastrosa battaglia navale di Lissa. Solo la penetrazione in Trentino di Garibaldi, con la vittoria di Bezzecca, risollevò in parte l’onore della armi italiane.

Diversamente andarono le cose per le armi prussiane: una campagna accuratamente preparata e l’utilizzo di nuove armi quali i cannoni a retrocarica e le polveri infumi permisero l’invasione dell’Hannover, della Sassonia, dell’Assia e della Boemia.

La clamorosa vittoria tedesca a Sadowa mise in pericolo la stessa capitale Vienna.

A causa dei successi prussiani gli austriaci dovettero ritirare parte delle truppe dal fronte italiano e questo permise all’esercito sabaudo di riprendere le operazioni sul fronte del Triveneto. La situazione compromessa indusse Vienna a chiedere l’armistizio (Armistizio di Cormons del 12 agosto 1866) e il successivo trattato di pace firmato il 3 ottobre, con il quale il Veneto venne ceduto alla Francia che immediatamente lo girò al Regno d’Italia.

La partecipazione pavese al conflitto si situa proprio in queste fasi finali della guerra.

 

Nel 1865 il governo italiano aveva aderito alla Convenzione di Ginevra del 22 agosto 1864 sul “miglioramento della sorte dei feriti in guerra” e quindi, in ossequio a quanto previsto dalla Convenzione stessa, alla prime avvisaglie del conflitto il Ministero della guerra, con circolare n. 2146 del 1 giugno 1866, acconsentiva alla formazione di squadre volontarie di ambulanza, composte da ufficiali sanitari e infermieri, e ne prevedeva l’aggregazione alle ambulanze di riserva del Quartier Generale, oppure alle ambulanze divisionali; il personale sarebbe stato assoggettato alla disciplina militare e avrebbe indossato uniformi simili, per foggia e colore, a quelle dell’esercito.

 

Fig. 2 -Personale della Croce Rossa nell’uniforme del 1866. Si nota al centro un ufficiale
amministrativo con sciabola; sulla destra alcuni infermieri (tavola di Quinto Cenni).


E’ questa, di fatto, la nascita del Corpo Militare della Croce Rossa quale Corpo Ausiliario delle Forze Armate.

Allo scoppio della guerra, il Comitato Milanese per il soccorso ai Feriti – la Croce Rossa nacque a Ginevra nel 1863 come “Comitato internazionale per il soccorso ai feriti”, e denominazioni analoghe assunsero le varie organizzazioni locali; solo nel 1880 apparve il termine “Croce Rossa” – mise a disposizione due ambulanze, destinate dapprima al 5° e poi al 1° Corpo d’Armata. Il successivo mese di luglio un’ambulanza venne allestita anche dal Comitato di Bergamo.

A Pavia, dove già nel mese di maggio si era costituito un “Comitato per il Soccorso ai feriti e malati in guerra”, un’apposita commissione aveva iniziato la selezione di infermieri che fossero di età non troppo avanzata, avessero già prestato servizio militare, potessero distinguersi per robustezza fisica ma soprattutto emergessero principalmente per buona condotta.

La composizione dell’ambulanza venne determinata in tre medici, dieci infermieri e un dipendente amministrativo, in questo caso un sacerdote che

colla qualifica di uomo probo servisse al duplice mandato di prestarsi coll’opera santa del suo ministero e nello stesso tempo attendesse alle bisogna amministrative della squadra”.

Individuati gli uomini occorrenti si prestò loro per alcuni giorni un addestramento specifico, con esercizi riguardanti il trasporto dei feriti e l’applicazione di apparecchi, di bendaggi e prime medicature.

Il 20 luglio la squadriglia d’ambulanza lasciava la città alla volta del Veneto, guidata dal dr. Giuseppe Cattaneo con il dr. Angelo Ridella; il terzo medico, Severo Flarer, era purtroppo deceduto per cause naturali proprio nei giorni precedenti la partenza.

PERSONALE DELLA SQUADRIGLIA D’AMBULANZA PAVESE


Personale Medico
Medico-Chirurgo Capo della Squadriglia
Cattaneo dr. Giuseppe

Medico-Chirurgo Aggiunto
Ridella dr. Angelo
Flarer dr. Severo +Uomo Probo Sacerdote
Ravicini Sac. Giovanni

Infermieri
Capo Infermiere
Rancati Siro
Infermieri
Dagnoni Leopoldo
Solari Giuseppe
Losi Lorenzo
Dell’Acqua Carlo
Nobili Pietro
Savio Girolamo
Cavalleri Pietro
Preda Antonio
Barbieri Camillo

 

Purtroppo le già allora precarie condizioni finanziarie del Comitato, unitamente al mancato appoggio del Municipio di Pavia, del quale non si conoscono i motivi ma del quale molto ci si duole polemicamente nella relazione, non consentirono di dotare la squadra di autonomi mezzi di trasporto.
La squadriglia sanitaria di Pavia partì quindi in treno alla volta di Ferrara.
Dopo questa prima tappa la squadra, che aveva ordine di raggiungere l’Intendenza generale del corpo di spedizione del generale Cialdini, dovette proseguire il viaggio rimediando carriaggi di fortuna per trasportare i voluminosi e pesanti equipaggiamenti di cui era dotata: a questo bisogno vennero incontro le autorità municipali dei territori attraversati, che fornirono con generosità alloggi e mezzi di trasporto.
Dopo cinque giorni, durante i quali erano stati percorsi 260 chilometri, l’Intendenza dell’esercito venne infine raggiunta a Udine, proprio mentre era in corso un breve fatto d’armi sul fiume Torre, combattimento a seguito del quale venne stipulata una tregua tra le truppe italiane e quelle austriache.
Ma la temporanea cessazione delle ostilità non fece certo venir meno la necessità di assistenza sanitaria per i circa 150.000 uomini accampati nei dintorni di Udine.
Così, in accordo con i medici militari, alla squadriglia di Pavia venne affidata la gestione di un ospedale da campo di quasi 500 letti che si andava allestendo nei locali della Casa di Ricovero; l’Intendenza Militare, vista la scarsa consistenza del personale rispetto alla mole di lavoro prevista, affiancò parte del personale della squadriglia sanitaria di Firenze.
La relazione cita come meritevoli i volontari fiorentini Giorgio Marcacci, Jacopo Bicchierai e Pietro Bertelli.
L’ospedale da campo funzionò fino all’8 di agosto: per motivi strategici l’esercito italiano abbandonò Udine e gran parte del Friuli per assestarsi sulla sponda destra del Tagliamento, ritenuta una posizione difensiva favorevole in previsione di un attacco austriaco al termine della tregua.
Si dovette quindi provvedere allo sgombero dei feriti e dei malati, che su ogni sorta di veicoli vennero trasportati in ospedali di seconda linea.
La squadra di Pavia fu l’ultimo reparto italiano ad abbandonare Udine nella notte del 9 agosto. Purtroppo 95 infermi, troppo gravi per essere trasportati, dovettero essere lasciati sul posto, sotto la protezione fornita dalla bandiera di neutralità che il dr. Cattaneo fece issare sulla Casa di Ricovero.

Fig. 3 -Il primo stendardo del 1866 del Comitato di Pavia dell’Associazione Internazionale di
Soccorso ai Feriti (Civico Museo del Risorgimento – Pavia).


La squadriglia seguì dunque la ritirata dell’esercito, mantenendosi in contatto con l’Intendenza. Dopo due giorni di marcia nelle campagne friulane si fece sosta a Cordovado, e in vista di una imminente, nuova battaglia allo scadere della tregua, la squadra allestì in locali di fortuna vari ricoveri per feriti.
Il 15 agosto giunse però la notizia dell’armistizio di Cormons e dell’apertura delle trattative di pace; la squadra si spostò così a Treviso, e il 17 venne congedata dal generale dell’Intendenza Bertolè-Viale.
Il 20 agosto la squadriglia rientrò a Pavia, dove venne raggiunta da un encomio del Ministero della Guerra per l’opera prestata.

La relazione del dr. Cattaneo non è solo fonte di notizie storiche, ma riporta anche vari prospetti statistici e nosografici relativi all’attività svolta.
Presso il Comitato di Pavia fu depositato un accuratissimo registro nosologico in cui era annotato il nome e il cognome di tutti i militari infermi curati all’Ospedale di Udine, la provenienza, l’età, il carattere della malattia e l’esito di questa.
Purtroppo di questo registro oggi non abbiamo trovato traccia, e dobbiamo accontentarci dei prospetti riassuntivi allegati alla relazione.
Nei 12 giorni di funzionamento dell’ospedale di Udine risultano essere stati assistiti 917 soldati così suddivisi: 803 delle varie specialità di fanteria (di linea, bersaglieri, granatieri, ma vengono contati in questo gruppo anche i militari del genio e dell’amministrazione), 57 di cavalleria, 42 di artiglieria e 15 del treno.
A riprova dello sforzo messo in campo dall’esercito italiano, erano rappresentati 47 reggimenti di fanteria di linea, 8 reggimenti di granatieri, 26 battaglioni di bersaglieri, undici reggimenti di cavalleria e 8 di artiglieria, più il corpo del genio, del treno e dell’amministrazione.
A fronte di un solo decesso, un soldato del 24° Reggimento di fanteria trovato da alcuni contadini in un campo di mais, ove giaceva da tre giorni febbricitante per il tifo, si registrarono 419 dimissioni per guarigione e 346 ricoveri in ospedali di seconda linea.
Come abbiamo detto 95 malati non trasportabili rimasero a Udine; il totale di 917 viene raggiunto se si considera che 56 pazienti, in quanto affetti da patologie di competenza chirurgica, furono trasferiti all’Ospedale detto “della Raffineria”, dove operava la squadra bergamasca.
Si sottolineano infatti nella relazione i vantaggi derivanti dalla decisione, presa dai vertici della sanità militare, di suddividere i malati in base alla malattia da trattare. E’ la prima apparizione di quello che si chiamerà triage?
Durante la guerra del 1859, afferma Cattaneo, essendo che in un grande ospedale militare erano stati raccolti promiscuamente ammalati e feriti, la mortalità salì a dismisura e non si poté salvare neppure un amputato.
La relazione prosegue con le osservazioni scientifico-pratiche, cui il Cattaneo dà una connotazione di tipo igienico-profilattico cercando, per ogni gruppo di malattie, di identificare la causa e il possibile rimedio pratico da mettere in atto, in un’ottica che oggi si chiamerebbe di medicina sociale.
E’ un quadro che ci fa riflettere su come fosse difficile la situazione del soldato nella seconda metà dell’’800.
Il gruppo preponderante di patologie esaminate a Udine è costituito dalle malattie da infezione: fra queste un quarto è rappresentato dalle febbri malariche, contratte nelle località paludose dove era attendato l’esercito e di questo dato, secondo Cattaneo, dovranno tener conto i vertici militari per non vedersi in futuro decimate le truppe.

Fig. 4 -Ufficiale sanitario appartenente alle squadriglie mobili di soccorso e personale con il
“grembiule portaferiti” modello Landa modificato (da un disegno dell’epoca).


Molto rappresentate anche le febbri tifoidee, le febbri gastriche, la dissenteria, attribuite alla scarsa alimentazione fornita al soldato, che lo spinge ad intemperanze e a nutrirsi eccessivamente di frutti; situazione complicata dal fatto che, per ovviare alla mancanza di tabacco, i militari si danno a un nuovo vizio, quello di fumare foglie secche di qualsiasi pianta.
I morbi di indole reumatica sono ricondotti alle continue esposizioni notturne e al cattivo sistema di attendamento: di questo tuttavia non è responsabile il materiale, ma lo scarso addestramento delle reclute all’utilizzo del materiale stesso.
Numerosissime poi le malattie ai piedi: si va dalle dolenzie articolari e muscolari alla risipola e alle piaghe suppurate con dissoluzione delle parti molli. L’origine viene ricondotta alle cattive calzature e alla cronica mancanza delle pezzuole da piedi.
Da queste osservazioni prende spunto la valutazione degli aspetti logistici della sanità militare: gli ospedali e le ambulanze lasciano a desiderare per ciò che riguarda le risorse, dai medicinali al materiale da medicazione, dagli strumenti agli stampati per la burocrazia.
Troppo spesso si sono dovute lacerare le camicie per ricavarne bende, ma al danno si aggiunge la beffa, in quanto il materiale era disponibile nelle retrovie ma non giungeva laddove era il bisogno.
Cattaneo invita quindi i vertici militari a intraprendere riforme tese al rispetto dei principi generali di igiene, per mantenere nell’equilibrio le forze dell’organismo e
“rendere il nostro milite più vigoroso, più cauto della sua salute, e non così proclive agli ospedali per facili acciacchi”,
senza dimenticare tuttavia i malesseri psicologici del ricoverato.
Troppo pochi, infatti, sono gli ufficiali che hanno visitato l’ospedale.
Chiosa Cattaneo:

“so che questi avranno avuto altre e più importanti occupazioni alle quali accudire, ma so altresì che certi supremi comandanti d’armata, tra le mille faccende di guerra hanno saputo trovare qualche ora da tributare ai loro feriti e malati anche quando questi erano appestati. E’ un fatto abbastanza eloquente per se quello, che ogni generale deve collocare sopra ogni suo pensiero la sorte de’ suoi soldati e prenderseli tanto più a cuore quando essi sono feriti o infermi; non è forse questo il miglior modo per acquistarsene la fiducia e la benevolenza? Non c’è come la vista e l’interessamento del suo superiore, che conforti meglio il soldato nelle sue peripezie e nel letto del dolore”.


Questo articolo è stato presentato come intervento al "1° Convegno di Storia della Sanità Militare" tenutosi a Firenze i giorni 8 e 9 novembre 2003.